Archivio di ottobre 2008

Gelminator: le vignette di Marassi

giovedì, 30 ottobre 2008

Guarda le altre vignette di Marassi sulle proteste anti – Gelmini: su www.smemoranda.it

Le SmemoVignette anti-Gelmini

martedì, 28 ottobre 2008

In questi giorni difficili per la scuola italiana, tiriamoci un po’ su con le vignette dei disegnatori Smemoranda.

Quella che vedete qui sopra è di Elfo: qui trovate i suoi consigli per il corteo anti-gelmini del 30 ottobre. Altre vignette, (Vauro, Migneco & Amlo) le potete scaricare dalla homepage di www.smemoranda.it: per stamparle, ritagliarle, usarle come volete.

Intanto, cosa sta succedendo nelle vostre scuole? Diteci chi manifesta, chi occupa, chi lotta in ogni modo contro Mariastella Gelmini a.k.a. Gelminator e la sua riforma.

E se non ve ne frega niente, ditecelo lo stesso. Anche se, per una volta, sarebbe meglio di no.

Anti-Gelmini: insofferenti alle etichette.

mercoledì, 22 ottobre 2008

Anche ieri, martedì 21 ottobre, è stata una giornata di passione per il movimento studentesco anti Gelmini.
A Bologna gli studenti, dopo aver fatto irruzione nel rettorato, sono riusciti a entrare in stazione e bloccare i primi due binari.
A Firenze c’è stato un corteo imponente (secondo la Questura 40mila, 60mila per gli organizzatori) animato da studenti che arrivavano da tutta la Toscana a suon di “Gemini sei, sei, sei… rimandata”.
A Roma gli studenti della Sapienza hanno occupato quattro facoltà, mentre in molti licei della città sono partite autogestioni, assemblee e occupazioni.
Ma l’epicentro della protesta ieri è stata Milano, dove un corteo non autorizzato di tremila studenti è stato bloccato dalla repressione degli agenti della polizia (in tenuta antisommossa) mentre i manifestanti cercavano di bloccare i binari della stazione Cadorna… risultato: traffico in tilt (con, immaginiamo, le temibili imprecazioni degli automobilisti) ma, soprattutto, alcuni ragazzi feriti.
Ora, quello che salta immediatamente all’occhio sono le dimensioni della protesta e la sua trasversalità: dalle scuole materne e elementari con le loro notti bianche, alle superiori autogestite fino ai collettivi universitari.
Stavolta nessuno (genitori, alunni, docenti, studenti: tutti coloro che fanno parte del corpo scolastico) è disposto ad accettare la proposta di creare classi apartheid per gli alunni stranieri, o i tagli inesorabili e indiscriminati che stanno per abbattersi sulla ricerca e sugli istituti scolastici. Naturalmente sulla riforma Gemini e sulle dichiarazioni del Ministro (“So fare autocritica. Mi va bene il confronto anche quando è aspro… non sono una panzer ottusa.”) ci sarebbe molto altro da dibattere, ma oggi vorrei soffermarmi su un aspetto collaterale di quello che sta succedendo: come la stampa reagisce a questa unanime protesta.
Cercando dettagli sulla manifestazione di ieri a Milano, mi imbatto nelle pagine di cronaca di un importante quotidiano nazionale (direi, il secondo?) che si sofferma soprattutto sugli aspetti sociologici e di costume che interessano questi ragazzi: udite udite, hanno smesso la kefiah a favore dei jeans firmati! Non frequentano i centri sociali, casomai ci sono  andati solo qualche volta per un concerto! Non sono più guidati dalla sinistra antagonista, molti sono alla loro prima esperienza di militanza! Li potremmo chiamare “i ragazzi del 2008” ma ci vorrebbe un’etichetta più azzeccata, tipo quella dei no global di alcuni anni fa! Non portano più le Clark! Hanno abbandonato il look terzomondista! Non c’è più il Che tra i loro miti! E l’elenco di etichette, caselle, categorie sociologiche improvvisate potrebbe continuare all’infinito.
Mi chiedo, perché preoccuparsi tanto di come si vestono questi ragazzi… perché sforzarsi tanto di dare loro un nome, banalizzando così un movimento corposo,  spontaneo ed eterogeneo?
Se chi protesta in questo momento ci mette così tanta passione e vigore vorremmo tanto che anche chi la protesta la racconta da fuori fosse un po’ più fedele ai motivi che veramente la animano e non facesse il gioco della parte opposta offrendo facili e preconfezionate etichette.

Tutti in corteo!

domenica, 19 ottobre 2008

La ribellione, studiata e pensata e sentita e pacifica, non è disordine immaturo, ma una grande dimostrazione di sapere vivo e attivo…

Smemoranda appoggia la protesta degli studenti, degli insegnanti, dei genitori contro il decreto Gelmini.

PARTE DA QUI IL NOSTRO CORTEO VIRTUALE: INVIATECI I VOSTRI COMMENTI, GLI STRISCIONI CHE PIÙ VI HANNO COLPITO, GLI SLOGAN, IL DIARIO DEL VOSTRO CORTEO E TUTTO QUELLO CHE VI POSSA SEMBRARE UTILE A RENDERE IL SENSO DI UNA PROTESTA INTELLIGENTE.

Potete scriverci direttamente qui sul blog Smemo, oppure all’indirizzo redazione@smemoranda.it, scrivendo “CORTEO” nell’oggetto del messaggio!

Venerdì + 17…

venerdì, 17 ottobre 2008

 

Per la smorfia napoletana il 17 indica “la disgrazia”; se capita di venerdì è meglio non uscire di casa, negli alberghi la stanza corrispondente non esiste: ma perché questo numero porta sfortuna?

Una spiegazione molto accreditata risale all’antica Roma. Il 17 era considerato un numero nefasto, perché la sua rappresentazione in cifre romane – XVII – era un anagramma di VIXI che, in latino, significava “vissi” e, di conseguenza, “sono morto, non vivo più”.
Secondo altri, la credenza avrebbe origini molto più antiche: nella Bibbia il diluvio universale iniziò il 17° giorno del secondo mese e terminò il 17 del 7° mese, quando Noé raggiunse l’Ararat. E ancora, sembra che Gesù fu crocifisso di venerdì 17…
Secondo Plutarco, i pitagorici avevano orrore del numero 17, perché intermedio tra 16 e 18, gli unici due numeri che rappresentano contemporaneamente la superficie e il perimetro di uno stesso quadrilatero, essendo 16 = 4 + 4 + 4 + 4 = 4 × 4 e 18 = 3 + 3 + 6 + 6 = 3 × 6.
La fama iettatoria del numero 17 si sarebbe rafforzata, in epoca moderna, con la sfortunata vicenda del mancato re Luigi XVII che, in piena Rivoluzione francese, non salì mai al trono e morì in carcere.
Secondo la Cabbala ebraica, invece, il 17 è un numero propizio, perché è il risultato della somma del valore numerico delle lettere ebraiche têt (9) + waw (6) + bêth (2), che lette nell’ordine danno la parola tôv “buono, bene”.
Molte persone sono scaramantiche e lo sono indipendentemente dalla loro cultura, razza, etnia, classe sociale o professionale. Ritroviamo le superstizioni in tutte le popolazioni del mondo e in una grande varietà di forme.

Piccolo “dizionario” delle più diffuse superstizioni:
Agrifoglio: augura benessere e prosperità. Da regalare a Natale in una scatola che dev’essere aperta solo dopo Capodanno: solo così aumenta la sua potenza.
Arcobaleno: tutte le volte che ne vedete uno, esprimere un desiderio, si avvererà certamente.
Bottone: trovarne uno significa contrarre una nuova amicizia.
Capodanno: porta fortuna incontrare una persona di sesso opposto la mattina di capodanno, mentre è presagio di guai vedere invece un cavallo bianco (per la verità, cosa poco facile!).
Mangiare lenticchie, uva o datteri, la notte di San Silvestro, significa propiziarsi la fortuna economica durante l’anno.
Cappello: porta male posarlo sul letto.
Cucchiaio: porta sfortuna tenerlo con la mano sinistra.
Ferro di cavallo: è un segno di fortuna trovarne uno, va appeso in casa.
Forbici: se cadono a terra, prima di raccoglierle, posarvi il piede sopra per annullare il cattivo presagìo. Se, cadendo, una delle lame si conficca nel terreno è presagio di morte.
Incrociare: scarpe, posate o altri oggetti porta sfortuna perché, in epoca medioevale, erano considerate un’offesa alla Croce di Cristo.
Neonato: non va mai baciato sul collo, altrimenti perde il sonno.
Ombrello: è presagio di sventura aprirlo in casa.
Pane: posto a rovescio sulla tavola, porta carestia.
Piselli: sono il simbolo della felicità e della fortuna. Nell’antichità, con i loro fiori si intrecciavano coroncine da offrire alle spose.
Quadrifoglio: porta fortuna e felicità, ma non lo si deve cogliere, basta guardarlo e toccarlo.
Ragno: vedere un ragno di sera è segno di bel tempo. Porta sfortuna, invece, uccidere un ragno di notte o al mattino.
Sale: anticamente simbolo di amicizia, tant’è che si poneva una coppa di sale davanti ai commensali. Un giorno, pare che un invitato abbia inavvertitamente fatto cadere la coppa sul tavolo, suscitando l’ira del padrone di casa il quale, sguainata la spada, uccise il poveretto. Sembra che l’episodio abbia fatto nascere la credenza che versare il sale porti sfortuna.
Scala: porta sventura passare sotto una scala perché, formando un triangolo, è simbolo della Trinità e quindi si mancherebbe di rispetto.
Se una nubile passa sotto una scala aperta o appoggiata al muro non si sposerà. Se, invece, inciampa sui gradini di una scala, convolerà presto a nozze.
Scopa: se con la scopa si toccano i piedi di una nubile, questa non si sposerà.
Soldi: trovare una moneta porta fortuna e va conservata. Sono di felice augurio i soldi bucati, le monete coniate negli anni bisestili e quella vaticane che portano l’anno del Giubileo.
Specchio: romperlo preannuncia sette anni di guai.
Venerdì: “Né di Venere né di Marte, non si sposa non si parte, né si dà principio all’arte” recita un proverbio.
Mai uscire di casa il venerdì notte: streghe e diavoli sono in agguato, ma se proprio si dovesse farlo, bisognerebbe strappare un pelo (possibilmente rosso) a una cane e conservarlo nel taschino.

La classe non è… un ponte

giovedì, 16 ottobre 2008

Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa, a noi.
Gian Antonio Stella, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi.

La scuola cambia. E chi se ne frega, dirà qualcuno. No, la questione è seria: non si tratta solo di lezioni e programmi, ma di convivenza. Lasciateci dire una cosa, una cosa importante. Anzi due, tre, quattro, cinque:

Di solito, la prima accusa che si muove a un governo di recente insediamento, come quello attuale, è di non avere mantenuto le promesse strette in campagna elettorale: più lavoro per tutti, più case per tutti, una vita più dignitosa per tutti.
Non è questa la sede per valutare questi punti, né io ne avrei le capacità analitiche, ma di una cosa – nel mio piccolo – sono certa: l’attuale governo è fedelissimo a uno dei suoi capisaldi, cioè le politiche sull’immigrazione. Naturalmente uso il termine “politiche” perché sono una persona diplomatica, ma non credo che sia il termine più adatto per descrivere la mozione della Lega, passata ieri alla Camera, che prevede la creazione di classi separate per gli stranieri.
In parole (molto) povere, secondo questa proposta tutti gli alunni extracomunitari dovranno superare un esame per potere essere ammessi alle classi della scuola dell’obbligo e nel caso non lo superassero frequenterebbero delle “classi d’inserimento”, cioè delle classi riservate ai soli alunni stranieri dove questi potrebbero finalmente mettersi al passo con i diritti e i doveri nonché con la cultura più in generale del paese ospitante, in questo caso l’Italia. Pare che tra i legislatori ci sia stato un gran dibattere sul nome di queste classi, che in una prima fase si chiamavano “classi ponte”, un sostantivo che aveva implicazioni troppe strette con permessi (per esempio di frontiera?) a cui quindi si è preferito sostituire la dicitura “classi d’inserimento”.
Chiamatele come preferite, naturalmente non è il nome a fare la differenza, casomai quello che conta è il concetto di discriminazione che sta dietro a questa proposta: se sei straniero, o figlio di stranieri, e sei appena arrivato nel Nostro paese, è giusto che tu rimanga per un po’ in un limbo dove potrai sentirti ancora più straniero ed estraniato. Nel frattempo i figli del paese che ti ospita invece potranno continuare il loro percorso senza l’intralcio, e i tempi diversi, di chi non è al passo con la lingua ufficiale né con i suoi usi e costumi.
Parlando di valori e tolleranza, scomodati nel testo della mozione, a nessuno dei suoi promotori è venuto in mente quanto le tradizioni, la cultura e la religione di una cultura diversa possano arricchire un alunno? A nessuno è venuto in mente che, se si parla tanto di bullismo, una scelta come questa potenzialmente non fa altro che aumentare le discriminazioni e i soprusi tra classi così lontane e così vicine?
Chi ha firmato il provvedimento sostiene che si tratti di un modello europeo, in voga già in molti paesi dell’Unione. Intanto, non sempre Europa fa rima con impeccabilità e poi, cari signori della Lega Nord che avete lanciato questa proposta, ma non siete voi quelli che vogliono tornare alle care vecchie lire contro il dannato euro, che più secessione c’è e meglio è (tanto più con l’Europa), come mai in questo caso giustificate a spada tratta il modello europeo?
Staremo a vedere, immaginandoci una scuola sempre più disgregata.

Il primo mese di scuola

lunedì, 13 ottobre 2008

Già, perché alla fine il primo giorno non è importante. Non succede mica niente.

Le prime settimane scorrono placide e tranquille. Si ritrova gente bella e brutta. Poi, però… si comincia davvero. Dunque, è passato un mese dall’inizio. Iniziano i problemi. Qualcuno, già, non ne può più. Altri si divertono. Altri si picchiano. Altri si innamorano. Altri se ne vanno.

E a voi, cos’è successo nel corso di questo primo mese?

Mettersi in gioco

martedì, 7 ottobre 2008

“Quando ero sbarbato giocavo / ai Playmobil ma soprattutto al Meccano.”

(Dargen D’Amico, Al Meccano, 2008)

“Chi come ma ha vissuto la sua infanzia almeno un paio di decenni fa, ricorderà con un pizzico di nostalgia i pomeriggi passati intorno ad un tavolo a giocare a Subbuteo.
Ora, in un’epoca in cui è la tecnologia a farla da padrona, anche il Subbuteo è stato digitalizzato, diventando un titolo giocabile su console. A pensarci è stata Artematica, software house genovese attiva fin dal 1996 che, ad inizio mese, ha pubblicato Subbuteo DS, ovviamente destinato al gioiellino portatile di casa Nintendo.”

(articolo tratto da onegames.it, 2008)

“Dopo una lunga e tribolata gestazione, il film Grayskull: Masters of the Universe vedrà presto la luce. La sceneggiatura è finalmente pronta, a firma di Justin Marks (autore anche del prossimo film su Street Fighter) e cominciano a circolare le prime indiscrezioni sulla trama. ”

(articolo tratto da toysblog.it, 2008)

Dunque, i giocattoli che avevamo quando eravamo piccoli tornano di moda. Ogni generazione ricorda i suoi, quelli più belli, più divertenti, più collezionabili, più invidiati. Che si tratti di Exogini o Barbie o Gormiti o Bratz o Lego o Dragon Ball o SpiderMan. Nell’epoca dei giochi elettronici, i giochi veri ci vogliono sempre, comunque.

E poi da grandi (cioè, sopra i dieci anni!) li ricordiamo con gioia. Un pezzo di vita, non vergogniamoci di dirlo.

Quali sono i giochi che portate nel cuore?

Quali quelli con cui vorreste giocare, o giocate, oggi?

Forse, quelli che ci offre il mercato globale non sono quelli che vorremmo…